La depressione nei bambini

So che appena  letto il titolo di questo articolo siete sobbalzati sulla sedia. Ma come Antonio? Come si può associare la parola Depressione alla parola Bambino? Siamo soliti pensare che possano soffrirne solo gli adulti perché maggiormente esposti ad avvenimenti altamente stressanti e distruttivi, che li portano, abbandonando ogni manifestazione di lotta, ad una lenta agonica resa. Purtroppo anche i bambini possono essere Depressi, seppur con una sintomatologia diversa da quella che riconosciamo negli adulti. Vediamo di seguito i tratti di questa patologia.

In età evolutiva si è soliti parlare di Disturbi dell’Umore, che sono delle alterazioni della sfera affettiva-emotiva le cui manifestazioni sembrano immotivate e non regolate. Possiamo avere dei comportamenti eccessivamente elevati o eccessivamente ridotti. I più rappresentativi Disturbi dell’umore sono i Disturbi dello Spettro Depressivo  tra i  cui sintomi più comuni riconosciamo: apatia, tristezza, pianto, aggressività, autosvalutazione.

E’ molto difficile nel bambino distinguere se i sintomi depressivi manifesti siano dovuti a una normale crisi dello sviluppo o se propri di un primo stadio di una sindrome depressiva. Un bambino depresso è governato da senso di inadeguatezza e mortificazione. Vive con la paura di non essere amato e frequentemente fa riferimenti alla morte.

Un atteggiamento tipico di un bambino depresso può essere quello di chiedere frequentemente ai propri genitori se gli vogliono bene , senza riuscire a spiegare il perchè di questa sua preoccupazione.  Un bambino depresso sa di esserlo, ma non è in grado di esprimerlo in modo chiaro.

L’eziopatogenesi, come per tutti i disturbi neuropsichiatrici, è di tipo complessa e vengono chiamati in causa diversi fattori genetici e biologici, ma anche di tipo psicosociale.  Se facciamo riferimento a cause di natura biologica possiamo ipotizzare per esempio delle alterazioni del sistema limbico e alterazioni endocrine. Se ci riferiamo a cause di natura psicosociale possiamo ipotizzare ad un Trauma, ad un abuso o anche a delle carenze affettive da parte delle figure di riferimento. In ultimo bisogna tenere presente anche l’intraindividualità del bambino che potrebbe avere un’elevata sensibilità o sviluppato un attaccamento insicuro.

L’insorgenza del disturbo depressivo è legata ad un avvenimento gravemente doloroso che innesca nel bambino il senso di colpa e gradualmente, in modo progressivo, spinge il bambino a modificare il comportamento nel tempo. Pensiamo ad un lutto in famiglia o ad un divorzio. Il bambino può presentare disturbi del sonno,lamentare dolori fisici e sintomi d’ansia.  Tutti questi sintomi possono manifestarsi in momenti diversi in concomitanza o in alternanza.

Vediamo ora alcune declinazioni della Depressione nel bambino

  • Disturbo Depressivo Maggiore : va dalle due settimane ai nove mesi e in questo periodo il bambino manifesta perdita di interesse e piacere per le proprie attività ed è spesso irascibile. Può essere scambiato per una peculiarità caratteriale.
  • Disturbo Depressivo Persistente (Distimico) :  in questo caso la durata del malessere deve essere di almeno dodici mesi, mesi in cui ogni giorno il bambino manifesta il suo stato depressivo. Alcuni sintomi sono sentimenti di disperazione, scarso appetito o iperfagia, astenia.
  • Disturbi Bipolari : in questo caso differenza sostanziale è che l’irritabilità è maggiormente severa, continua e non indirizzata.

La depressione nel bambino o adolescente non è mai da considerare come nucleo unico di un disturbo , in quanto si manifesta sempre in comorbidità con altre patologie. Le più frequenti sono i disturbi d’ansia, disturbi del comportamento e i disturbi dell’apprendimento.

Per quanto riguarda invece l’approccio terapeutico dovrà essere pianificato in cooperazione tra scuola e famiglia, ma in alcuni casi può essere necessario ricorrere all’utilizzo di farmaci.

 

Disturbo Oppositivo Provocatorio (DOP)

Parlando dei disturbi della sfera evolutiva possiamo far riferimento a due diverse macro-categorie. I disturbi internalizzanti e quelli esternalizzanti.

Nei primi troviamo tutti quei disturbi i cui sintomi sono rivolti al proprio mondo interiore e spesso sono poco visibili. Rientrano in questa categoria per esempio i bambini con disturbi di tipo depressivo.

Nei secondi invece troviamo quei disturbi i cui sintomi si rivolgono verso l’esterno. Per esempio i disturbi del comportamento.

Oggi vorrei soffermarmi su una particolare patologia facente parte dei disturbi del comportamento, il Disturbo oppositivo provocatorio (DOP). Per farlo faremo riferimento a quanto riportato nel DSM-5.

I bambini affetti da tale disturbo presentano un umore collerico, irascibile, provocatorio e vendicativo. Dobbiamo dare il giusto peso ai sintomi per distinguere quelli afferenti la patologia da quelli di un normale sviluppo. Un bambino che si oppone con decisione ad un’indicazione del genitore non per forza deve essere considerato affetto da una patologia. Di contro quando i comportamenti del bambino compromettono e invalidano le relazioni sociali e familiari è sensato pensare di essere in presenza di un disturbo.

Secondo quando riportato nel  DSM-5 possiamo parlare di Disturbo Oppositivo Provocatorio quando siamo in presenza di 4 sintomi rintracciabili nelle seguenti categorie:

Umore Collerico/irritabile

  •  Il Bambino va sempre in collera
  •  Il bambino è permaloso o contrario
  •  Spesso adirato

Comportamento Polemico/provocatorio

  •  Litiga spesso con adolescenti e adulti
  •  Sfida e rifiuta le richieste da parte delle figure autoritarie
  •  Spesso irrita gli altri
  •  Spesso accusa gli altri dei propri errori

Vendicatività

  • Se negli ultimi 6 mesi sia stato almeno due volte dispettoso o vendicativo.

In genere i bambini affetti da DOP manifestano le proprie difficolta in un unico ambiente , che può essere la scuola oppure a casa. In questo caso parliamo di Gravità LieveSe si manifesta in due ambienti parleremo di Gravità Moderata, mentre se presente in 3 o più di tre ambienti parleremo di Gravità Grave.

I primi sintomi insorgono in età prescolare e molto di rado oltre l’adolescenza. I più colpiti sembrano essere i maschi, quasi il doppio delle volte rispetto alle femmine.

Quali sono i Fatti di Rischio ?

Tra i fattori di rischio possiamo annoverare :

  •  Fattori Temperamentali legati a problemi di regolazione emotiva ( difficoltà a tollerare la frustrazione per esempio)
  •  Fattori ambientali  quando nelle famiglie assistiamo a pratiche educative rigide e negligenti
  •  Fattori genetici e fisiologici  seppur non si sia riusciti ancora a individuare dei markers specifici per bambini affetti da DOP rispetto a quelli affetti da Disturbo della condotta.

Quali sono le conseguenze funzionali?

Se il DOP persiste durante lo sviluppo, i soggetti che ne sono affetti, si troveranno a vivere con un’alta frequenza conflitti con genitori, insegnanti ,supervisori, caregiver e con i propri coetanei. Inoltre sono esposti ad un maggior rischio di avere da adulti comportamenti antisociali ,diventare dipendenti e abusanti di sostanze , nonché manifestare ansia e depressione.

Quali sono le strategie terapeutiche?

Le strategie di intervento sono molteplici e sono rivolte al bambino e ai genitori, ma statisticamente risultano essere più efficaci quelle che prevedono il coinvolgimento di entrambe le figure.  Tra queste per esempio la Parent Child Interaction Therapy (PCIT).

Nella PCIT si insegna al genitore come ridurre i comportamenti negativi attraverso tecniche che pongano l’accento su rinforzi positivi. Ciò permetterà al bambino di ridurre rabbia e frustrazione e farà crescerne l’autostima. Allo stesso tempo il genitore imparerà a comunicare con il proprio figlio e svilupperà delle metodologie che saranno in grado di far comprendere ed eseguire le consegne al bambino.

Altre strategie di intervento possono essere ricercate nell’ambito dell’approccio cognitivo- comportamentale, nello sviluppo di competenze utili al bambino per interagire con i propri pari e anche interventi che spostano l’attenzione del bambino sulla morale delle proprie azioni e sulle conseguenze delle stesse al fine di prendere decisioni che risultino in linea con il contesto sociale in cui vive.

 

Con il Dr. Gianluca Lo Presti abbiamo parlato di DSA

Di recente ho visto il film Stelle sulla Terra che racconta la storia di Ishaan la cui Dislessia viene riconosciuta solo quando incontra un insegnante anch’egli dislessico. La cosa che più mi ha colpito del film è stata la reazione dei genitori una volta appresa la notizia delle difficoltà di Ishaan. Reazione prima di negazione e poi di evitamento. Da quel film sono passati 12 anni e sicuramente c’è più consapevolezza sulla Dislessia e non solo, ma ho pensato che fosse utile per i genitori, i docenti, gli educatori presenti fra di noi un illustre punto di vista sui Disturbi Specifici dell’Apprendimento.

Vi riporto le domande che ho posto al Dr. Gianluca Lo Presti, Psicologo professionista Esperto di Psicopatologia dell’Apprendimento, Socio AIRIPA, Socio AID. Autore dei testi Nostro figlio è dislessico, Diagnosi Disturbi Specifici Aprrendimento, Diagnosi dei Disturbi Evolutivi.

Collaboratore dei manuali BES a Scuola e Dislessia e altri DSA a Scuola

Vi lascerò in fondo i link dove potrete seguire il Dr. Lo Presti, ma entriamo nel vivo dell’intervista. 

Innanzitutto volevo ringraziarla per aver accettato il mio invito. Sono convinto che la divulgazione sia una potente arma di prevenzione ed è per questo che sono sicuro che il suo contributo sarà prezioso soprattutto per i genitori presenti tra i miei lettori.

Dott. Lo Presti se dovesse, rivolgendosi ad una coppia di genitori, spiegare cosa sono i Disturbi Specifici dell’Apprendimento che definizione userebbe?

Per prima cosa a questi genitori direi di non preoccuparsi per il futuro scolastico e lavorativo del loro figlio, nella peggiore delle ipotesi potrebbero avere delle difficoltà con qualche modalità didattica con cui il proprio figlio possa non trovarsi bene a livello di apprendimento, ma tutto ciò è superabile; ciò in quanto nei DSA abbiamo una intelligenza nella norma e delle cadute specifiche nella Lettura (Dislessia), Ortografia (Disortografia), Grafia (Disgrafia) e Calcolo (Discalculia).

Parlando con altri genitori come me ho avuto in più occasioni la sensazione che si rincorra un’etichetta diagnostica addirittura confondendo una difficoltà di apprendimento con la psicopatologia vera e propria. Qual è la differenza fra Difficoltà di Apprendimento e Disturbi Specifici dell’ Apprendimento?

La difficoltà è temporanea e dovuta da altri fattori a-specifici, come difficoltà nelle relazioni, emotive, sociali, vista, udito etc; tutte cose diverse dal disturbo neurobiologico che invece ha che fare con i DSA. A meno che non si tratti di un bambino che ancora non ha concluso la 2 classe primaria, in questo caso parliamo solo di difficoltà, in quanto non è possibile fare diagnosi di DSA (anche nel caso di palesi ritardi negli apprendimenti).

Sempre in relazione alle differenze sopra elencate oggi abbiamo a disposizione degli strumenti che ci consentono di individuare in maniera precoce segni prodromici di un disturbo dell’apprendimento. Potrebbe spiegarci cos’è l’ IPDA? Quando e perché utilizzarlo?

IPDA sta per Identificazione Precoce dei Disturbi di Apprendimento, ed è un eccellente strumento “scientifico” (nel senso che è stato validato secondo il metodo scientifico), il quale tramite una serie di indicatori, permette di ponderare una eventuale ipotesi probabilistica di disturbo ed iniziare a lavorare in modo, appunto, precoce su quelle che oggi si presentano solo come difficoltà.

E i genitori invece possono cogliere segnali prodromici ? Se si, in che modo?

E’ difficile e lo sconsiglio, meglio rivolgersi agli specialisti. In ogni caso, in tutte quelle situazioni in cui il proprio figlio è molto (ma molto) indietro rispetto agli apprendimenti di base rispetto ai propri compagni di classe, allora si, è bene approfondire.

Fortunatamente abbiamo detto che è possibile intervenire precocemente, ma è altrettanto vero che la diagnosi può arrivare in maniera tardiva anche tra gli 8 e i 10 anni. Quando questo accade come si interviene?

Non è detto che sia tardiva. Possiamo avere casi di DSA lieve in cui le difficoltà si evincono solamente in prima media, per via del salto tra scuola primaria e secondaria di primo grado. Dunque dipende dalla gravità dei singoli soggetti.

Possiamo affermare che il ruolo della Famiglia sia importante tanto quanto quello della Scuola. In che modo dovrebbero interagire? Quale sinergie andrebbero ricercate?

Ci sono varie famiglie e diversi modi di reagire di fronte le difficoltà. Si passa dai genitori uniti nel problema, a quelli in cui uno dei due non vede le difficoltà del figlio. Oppure a genitori che puntano a risolvere il problema senza giri di parole, con i quali lavoro con maggior successo; mentre altri avviano più battaglie personali che aiutare davvero i figli. Il problema secondo la mia esperienza è che ci sono alcune mamme (poche per fortuna) in cui il loro egoismo materno, stereotipi o personali problematiche emotive, incidono in modo prepotente sull’educazione, sulla gestione e sullo sviluppo dei propri figli. Per mia esperienza, sono la minoranza, ma il problema resta.

Parliamo ora dell’aspetto motivazionale. Si tende a focalizzarsi spesso sulle difficoltà del bambino tralasciando gli altri talenti. Cosa ne pensa a proposito e come possiamo motivare un bambino con un Disturbo dell’Apprendimento?

Direi che è una buona parte della scuola e della società “famiglia” a commettere questo grave errore. Errore in quanto un bambino che non sviluppa una sua passione o talento, potrà anche prendere dei bei voti, e fare un buon lavoro, ma ciò non significa essere felice e farlo per se stessi.

Prima di salutarla e ringraziarla del tempo dedicato le chiedo se vuole rivolgere un ultimo consiglio ai genitori che leggeranno questa intervista.

Attenzione: oggi tra lavoro, impegni, riunioni, amici, famiglia, sport, casa, svago, e tanto altro, la vostra “attenzione” è ridotta a leggere un articolo per non più di 30 secondi, ad ascoltare un parere per non più di 3 minuti, a farvi un idea in ancora meno tempo. Dunque la vostra attenzione è sottratta da tante attività, ma nessuno vi sta costringendo a farlo, solo quella vocina interna “lo DEVO fare”, per scelta consapevole? Ansia personale? Approvazione sociale? Sta a voi decidere, ma sappiate che vi è anche l’attenzione per il benessere dei vostri figli, per le informazioni corrette e quelle che non vi piaceranno ma che vi serviranno davvero. Insomma, tocca a voi scegliere.

Grazie Dr. Lo  Presti

Chi mi segue da un pò sa quanto per me sia importante il futuro dei nostri figli. Spero che dalle parole del Dott. Lo Presti possiate trarre degli insegnamenti e che possiate guardare i vostri bimbi, che abbiano o meno delle difficoltà, per quello che sono, dei bambini. Solo l’amore verso di loro vi potrà far superare gli stereotipi e i condizionamenti della società in cui  viviamo. Prendete in braccio vostro figlio, dategli un bacio e sussurrategli : “ Papà e Mamma sono qui!

Come sempre vi chiedo, se vi è piaciuto l’articolo, di condividerlo sulle vostre pagine social e di iscrivervi alla mia pagina per non perdere le prossime uscite.

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La Teoria dell’Attaccamento di John Bowlby

Seppur siano stati molteplici i contributi da parte di numerosi studiosi, si è soliti attribuire a John Bowlby la Teoria dell’Attaccamento.

E’  impensabile in un articolo racchiudere tutto il pensiero di Bowlby, pertanto proveremo a riassumere i punti fondamentali delle sue teorie. Ci è utile conoscere le teorizzazioni di Bowlby perché sono il punto di partenza delle ricerche sulla relazione madre-bambino e forniscono informazioni su come la personalità di ogni individuo inizi a prendere forma nei primi anni di vita.

John Bowlby era uno psichiatra e psicoanalista inglese nato nel 1907. Per le sue teorie venne fortemente criticato, addirittura accusato di non essere stato capace di comprendere appieno il significato degli insegnamenti della scuola psicoanalitica. Bowlby in realtà abbandona volutamente l’approccio psicoanalitico, nello specifico il modello Freudiano secondo cui il legame che si instaura tra madre e figlio sia dettato dalle pulsioni che spingono il bambino alla ricerca di una gratificazione orale. Al contrario, Bowlby sosteneva  che il bambino crea un legame con la madre non per un bisogno fisiologico, ma perché geneticamente predisposto a farlo, così come i genitori hanno nel loro corredo genetico la prontezza nell’accorrere ai segnali del figlio.

La Teoria dell’Attaccamento di Bowlby trova le sue fondamenta negli studi sul mondo animale condotti da Konrad Lorenz e gli studi di Harlow sulle Scimmie Rhesus. Vi riporto il link del video dell’esperimento di Harlow che vi consiglio di vedere e vi mostrerà come l’attaccamento non derivi dal bisogno di nutrimento (https://www.youtube.com/watch?v=Inx2O_T1y-s).

Le fasi dell’attaccamento

Bowlby individua quattro fasi nei primi tre anni del bambino in cui si sviluppa e diventa stabile l’attaccamento

  • 0 – 2 mesi: i comportamenti del bambino in questa fase non sono intenzionali e seppur riesce a riconoscere la madre dalla voce e dall’odore non riesce ad  essere selettivo verso il mondo esterno;
  • 2-6 mesi:   il bambino inizia ad essere discriminante nei confronti delle persone con cui viene in contatto;
  • 6-18 mesi: l’attaccamento diventa stabile e il bambino, intorno ai 12 mesi, usa la madre come base sicura per esplorare l’ambiente;
  • 18-36 mesi: l’attaccamento è ormai stabile. Il bambino riesce a rimanere tranquillo in ambienti sconosciuti purché sia presente la madre, ma può iniziare anche a tollerarne l’assenza;

La madre riveste un ruolo di estrema importanza in riferimento a quello che Bowlby chiama base sicura. Il bambino infatti può esplorare il mondo sentendo di potersi allontanare dalla madre perché qualora incontrasse una qualsiasi minaccia sa che potrà tornare dalla madre, che, in risposta, lo farà sentire protetto e confortato.

La Separazione

Durante la sua formazione, Bowlby lavorò in una casa per ragazzi disadattati  che avevano avuto delle relazioni tossiche con le loro madri. Questa esperienza influenzò notevolmente il suo pensiero. Nel 1944 condusse uno studio esaminando storie di quarantaquattro giovani ladri e giunse alla conclusione che la relazione disturbata madre-bambino fosse il segnale precursore di un disturbo mentale. Una prolungata separazione dai genitori era fortemente marcata in soggetti an-affettivi.  Bowlby, concluse, che la separazione precoce può avere delle gravi ripercussioni sulla vita adulta dell’individuo.

La separazione si snoda in 3 momenti:

  • la protesta per la separazione
  • la disperazione per l’assenza della figura di riferimento
  • il distacco finale

Il distacco finale può essere meno doloroso qualora nell’ambiente ci sia una figura capace di sostituire quella di riferimento.

MOI – Modelli Operativi Interni

Secondo Bowlby il bambino elabora dei Modelli Operativi Interni che sono delle rappresentazioni mentali del sé e degli altri  in risposta alla relazione con la figura di attaccamento. La loro funzione è quella di fornire al bambino una previsione  e un’interpretazione sui sentimenti, pensieri e comportamenti suoi e del caregiver in relazione all’attaccamento.  Il bambino grazie ai MOI riesce ad elaborare previsioni su ciò che può aspettarsi dalle interazioni con le altre figure di attaccamento.

Un bambino che sperimenta amore e protezione interiorizzerà un modello operativo della sua figura di attaccamento come attenta ai suoi bisogni, e allo stesso tempo maturerà la concezione di sé come soggetto meritevole di protezione e di amorevoli cure.

Al contrario un bambino in condizioni di accudimento negative svilupperà dei modelli operativi disfunzionali.

Mary Ainsworth e la Strange Situation

Mary Ainsworth ha il merito di aver fornito prove empiriche delle teorie di Bowlby e di aver, attraverso un metodo di osservazione universalmente riconosciuto, classificato i diversi stili di attaccamento. Il procedimento osservativo utilizzato, conosciuto come Strange Situation, consiste in una prova di stress crescente della durata di circa 20 minuti in cui vengono analizzate le reazioni del bambino agli episodi di separazione e successivo ricongiungimento del bambino con il suo caregiver, il tutto di fronte ad una figura a lui estranea.

Di seguito vediamo quali sono gli stili individuati

  • Attaccamento Insicuro/Evitante : il bambino esplora l’ambiente e senza protestare al momento della separazione della madre continua indisturbato a  giocare. Questo stile si associa ad un modello operativo interno di rifiuto della figura di attaccamento. I bambini con questo stile hanno sperimentato in passato più volte la mancanza o la difficoltà nell’avere un legame con la figura di attaccamento a tal punto da imparare a farne a meno.
  • Attaccamento Sicuro :  il bambino esplora l’ambiente, ma al momento della separazione protesta  per poi farsi consolare nel momento in cui si ricongiunge con la madre. Il modello operativo interno di questi bambini è quello di una figura pronta ad intervenire in caso di bisogno. La figura di attaccamento soddisfa le aspettative di disponibilità.
  • Attaccamento Insicuro/Ambivalente: i bambini sono restii all’esplorazione perché agitati e turbati nella fase di separazione. Non riescono a trovare  conforto neanche nella fase di riunione con la madre. Il modello operativo è derivante da un accudimento inadeguato e spesso incostante. Essendo la figura di attaccamento instabile e imprevedibile preferiscono stare il più possibile vicino ad essa e rinunciano all’esplorazione.
  • Attaccamento Disorientato-Disorganizzato : ci troviamo in questo caso di fronte a bambini che non reagiscano perseguendo un fine. Assumono   atteggiamenti privi di un’organizzazione quali rimanere immobili o addirittura coprirsi gli occhi alla vista della madre. C’è un’associazione a storie di maltrattamenti e abusi, lutti e perdite significative. Succede che la figura di attaccamento spinta da una forte apprensione causi un corto circuito nel bambino che invece di trovare conforto nella madre, addirittura ne è spaventato.

Queste sono i passaggi fondamentali della Teoria dell’Attaccamento e dai quali spero possiate trarre spunti per i vostri approfondimenti. Che siate studenti o genitori provate curiosità verso i bambini e  scoprirete un mondo meraviglioso.

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A presto

 

Schiaffo educativo ? No Grazie !!!!

Sono padre ormai da più di 5 anni e fra qualche mese lo diventerò per la seconda volta. Negli ultimi 3 mesi che precedono il parto c’è sempre qualcosa a cui pensare, c’è da scegliere il nome, il primo vestitino e tutto ciò che possa renderne speciale e accogliente l’arrivo in famiglia.

Insomma quello che fanno le migliaia di coppie ogni giorno che sono in attesa di ricevere il dono meraviglioso della Genitorialità.

La cosa purtroppo a cui nessun genitore pensa è quale sarà il giusto atteggiamento da adottare nell’educare il proprio figlio.

Si da per scontato di avere nel nostro corredo genetico anche il modus educandi perché ereditato dai nostri genitori, ma non è esattamente così.

Succederà allora che utilizzeremo i metodi usati dai nostri genitori per educarci, perché quello è l’unico modello di riferimento con cui siamo venuti in contatto.

L’altra sera, durante una cena di famiglia, in un’iperbole di argomenti trattati, si è aperta una discussione su come sia giusto educare i propri figli e il leitmotiv è stato “ ogni tanto uno schiaffo male non fa”.

Ho cercato di avere una reazione composta, e provato a far capire che in nessun caso è possibile accettare come punizione o sistema educativo un qualsiasi atto violento, ma in tutta sincerità non credo di aver convinto i miei commensali. Riproviamoci insieme e smontiamo alcune delle tesi che i pro-schiaffo portano a loro difesa

1) La violenza è altro, uno schiaffo che male può fare!!!

Questa la frase che più vi sentirete ripetere dai pro-schiaffo

Quasi come ci fosse una scala di riferimento che determina la violenza. Per esempio, possiamo definire violenza un omicidio e definire una ragazzata se degli adolescenti portano via le coperte ad un clochard durante la notte? La risposta è una sola, NO! L’atto violento è qualsiasi azione che lede fisicamente o anche solo psicologicamente un altro individuo. E non esiste una scala di valori della violenza, uno schiaffo lede e offende l’altrui individuo pertanto è da considerarsi un atto violento.

Più avanti vedremo quali conseguenze può portare un’educazione basata sulle punizioni corporali.

2) Tu dagli uno schiaffo e vedrai che non lo farà più!

Questa è la convinzione più difficile da sradicare nella mente dei pro-schiaffo. La loro teoria è che se un bimbo ripetutamente compie delle azioni che gli sono vietate l’unico deterrente per fermarlo è la punizione corporale. Se gli do uno schiaffo imparerà la lezione e non lo farà più. Ma qual è il compito di un genitore? Interrompere un comportamento sbagliato o insegnare al proprio figlio perché quel comportamento non è corretto? Sappiate che nel caso dello schiaffo educativo non state insegnando nulla a vostro figlio, gli state solo mostrando una possibile conseguenza al suo comportamento. Il risultato sarà che il bambino commetterà quell’azione di nascosto accrescendo dentro se sentimenti quali l’ipocrisia. 

3) Non ascolta e mi fa perdere la pazienza!!!

Questa è la scusa più comune. Perdo la pazienza, smetto di parlare e via con le sculacciate. Siete sicuri che sia vostro figlio a farvi perdere la pazienza o siete voi a perdere il controllo di voi stessi? Tutti i genitori vogliono che il proprio figlio sia ubbidiente, stia fermo e non dia fastidio. Di conseguenza alla minima variazione del comportamento desiderato si perde la pazienza e si punisce il bambino la cui unica colpa è quella di mostrare la sua personalità. Quando si è in prede ad una tempesta emotiva dobbiamo indirizzare la nostra rabbia su altro e non su nostro figlio che in quel momento ha solo voglia di esprimere se stesso. Ci dimentichiamo che abbiamo davanti un individuo con tutto quello che ne comporta.

Queste sono solo alcuni degli argomenti che portano a loro difesa i pro-schiaffo.

Vediamo ora perché le pene corporali non sono educative.

In paesi come la Svezia non è tollerata nessuna forma di violenza, e puoi essere posto in stato di fermo anche per un schiaffo dato a tuo figlio.

Tralasciamo la norma giuridica e vediamo 3 delle conseguenze nell’educare con la violenza i propri figli.

  • Diversi studi scientifici ( per esempio Spanking and child outcomes: Old controversies and new meta-analyses. Gershoff, Grogan-Kaylor, 2016) hanno ormai dimostrato che le punizioni corporali hanno conseguenze negative: aumentano l’aggressività,fanno scaturire comportamenti antisociali e addirittura nell’età adulta possono portare a stati depressivi e far insorgere problemi di salute mentale.
  • I bambini imparano che nella gestione del conflitto l’unica risoluzione è l’atto violento. Il bambino assimila l’impronta del genitore e attribuisce alla violenza un’identità di normalità. Il bambino non si porrà domande sul comportamento violento, lo esprimerà come fosse la norma da seguire nel caso di un conflitto.
  • Porta a scarsa autostima e perdita di fiducia. Il bambino vede nel genitore un luogo in cui rifugiarsi dai pericoli, una figura che deve dargli protezione e quando riceve uno schiaffo non ha la capacità di capire il perché di un tale gesto, né come la persona che dovrebbe accudirlo e proteggerlo possa essere capace di un tale gesto nei suoi confronti. Nel bambino si genererà paura e insicurezza.

La letteratura scientifica degli ultimi 20 anni è ricca di studi che dimostrano i danni conseguenti da un’educazione basata su punizioni corporali, eppure ancora oggi mi capita di sentire neo genitori sminuire le sculacciate.

Perché lo fanno?

In realtà stanno cercando una giustificazione al loro atteggiamento. Un genitore che da una sculacciata al proprio figlio sta percorrendo la strada più semplice per far si che tutto rientri sotto il suo controllo. Non sta comunicando con il proprio figlio, sta esercitando un potere coercitivo solo per la ricerca di uno stato di quiete apparente che possa placare la tempesta emotiva che sta vivendo in quel momento. L’educazione basata su un sistema punitivo, se costante, evolverà in un’escalation di intensità con il rischio, non così tanto remoto, di sfociare in azioni di una gravità tale da non poter tornare indietro.
L’unico strumento su cui dobbiamo investire nell’educazione dei nostri figli è il dialogo. Parlare ai figli fin da quando sono nella pancia della mamma, mi verrebbe da dire. Questo non significa lasciarli liberi di fare qualsiasi cosa, ma attraverso il dialogo è possibile far comprendere quali siano i giusti comportamenti e quali quelli sbagliati.

Con il dialogo possiamo insegnare a gestire la rabbia e far si che da adulti siano in grado di affrontare la vita senza scorciatoie emotive.

La Teoria degli Stadi di Sviluppo – Jean Piaget

Se vi chiedessi “Qual è stata la prima parola che ha detto vostro figlio ?” oppure “Quando ha mosso i primi passi?” sono sicuro che riuscirete a ricordare il giorno esatto e addirittura descrivere minuziosamente quel momento. A fissarlo nella vostra memoria è in gran parte merito della forte componente emotiva di quel ricordo, ma non è questo l’argomento che tratteremo oggi

Se vi chiedessi invece “Quando il vostro bambino è stato capace di fare un gioco simbolico” sono certo che non riceverei molte risposte a questa domanda.

Non preoccupatevi, è normale. Non tutti siamo Pedagogisti o Psicologi dell’Età Evolutiva, ed è per questo che oggi vorrei parlarvi di una Teoria, criticata per certi aspetti, ma che ha permesso di delineare quali sono le tappe fondamentali comuni nello Sviluppo del Bambino.

Sto parlando della Teoria degli Stadi di Sviluppo dello Psicologo svizzero Jean Piaget.  (L’American Psichyatric Association ha stilato una classifica dei 10 psicologi più influenti della storia e Piaget si trova al secondo posto, dietro Bhurrus Skinner)

Piaget fu tra i ricercatori che si occuparono di studiare come nel bambino si sviluppano le competenze cognitive. Parlando di competenze cognitive l’associazione con competenze intellettive è la prima che viene in mente, ma in realtà  facciamo riferimento a tutte  quelle abilità che permettono al bambino di ricevere un’informazione dall’ambiente , di immagazzinarla e processarla affinchè possa essere riutilizzata successivamente quando riterrà necessario.

Immaginiamo di avere davanti a noi un palazzo alto 4 piani e ogni piano ci sarà utile per imparare una nuova abilità che ci permetterà di raggiungere il piano successivo.

La Teoria degli Stadi di Piaget può essere vista in modo analogo. In ogni Stadio descritto da Piaget il bambino acquisisce una competenza  che gli permetterà di passare allo stadio successivo. E’ importante sottolineare che c’è una variabilità interindividuale nei tempi e nei modi in cui avviene il passaggio di stadio, ma non si può passare allo stadio successivo senza aver completato quello  precedente.

Vediamo nel dettaglio in cosa consistono questi passaggi e quali abilità si acquisiscono.

  1. Stadio Sensomotorio ( da 0 a 18/24 mesi) : in questo stadio il bambino affronta molti cambiamenti, passa dal non avere nessuna comprensione dell’ambiente ad eseguire sequenze e schemi d’azione. Per la sua complessità Piaget ha individuato 6 sottostadi.
    1. Stadio dell’Esercizio dei riflessi da 0 a 1 mese. In questa fase il neonato non è consapevole né di se e né del mondo intorno.  Utilizza i riflessi primari, come la suzione, in diverse situazioni.  Passa dal succhiare per nutrimento a succhiare qualsiasi oggetto. Inizia però ad applicare, usando i riflessi primari, degli schemi come quando muove la testa alla ricerca del capezzolo della madre.
    2. Stadio delle reazioni circolari primarie da 1 a 4 mesi. In questa fase il neonato casualmente scopre degli schemi , ma riesce anche a conservarli. Attinge alle esperienze delle scoperte casuali. L’esempio più utilizzato è quello del succhiarsi il dito.
    3. Stadio delle reazioni circolari secondarie da 4 ad 8 mesi. Il bambino si interessa al mondo esterno e quando scopre casualmente un’azione che suscita interesse cerca di immagazzinarla . Non parliamo ancora di intelligenza perchè abbiamo detto essere scoperte casuali. In questa fase afferra gli oggetti e li porta verso gli occhi.
    4. Stadio della coordinazione di schemi secondari da 8 a 12 mesi. Siamo nella fase in cui il vostro bambino afferra gli oggetti e li butta a terra. Lo fa perchè inizia ad essere consapevole del mondo esterno e quello è il suo modo per capire meglio l’oggetto afferrato. In questa fase acquisisce la costanza dell’oggetto fisico, ovvero un oggetto continua ad esistere anche se esce dal suo campo visivo. Ci sono anche i primi tentativi di deambulazione quadrupedica ed esplorazione dell’ambiente.
    5. Stadio delle reazioni circolari terziarie da 12 a 18 mesi . Ricerca nuovi schemi e quando ne trova di interessanti continua ad utilizzarli. Comportamenti di questa fase sono quello della condotta del supporto ( per avvicinare a se una macchinina che è su un tappetino, lo fa trascinando il tappetino a se), quello della condotta del bastone ( usa un oggetto per prenderne un altro distante dalle sue mani) e quello della condotta della cordicella ( usare una cordicella attaccata all’oggetto). Il bambino continua l’esplorazione dell’ambiente e cerca gli oggetti nascosti, ma solo se assiste ai movimenti  fatti per nasconderli. Non ha ancora maturato capacità immaginative.
    6. Stadio dell’invenzione di mezzi nuovi mediante combinazione mentale da 18 a 24 mesi. Il bambino in questa fase è capace di anticipare e prevenire le azioni. Sono ormai interiorizzate ed ha maturato la capacità di rappresentazione. In questa fase l’oggetto diventa permanente e il bambino percepisce anche il proprio corpo come un oggetto. Riesce ad immaginare i propri movimenti come se si stesse osservando dall’esterno. Iniziano gli schemi mentali.
  2. Stadio Pre-Operatorio (18/24mesi – 6/7 anni). In questa fase il bambino ha sviluppato gli schemi mentali e inizia a utilizzare anche dei simboli. E’importante ricordare che non ha maturato ancora in questo stadio la capacità di percepire il punto di vista degli altri. Secondo il bambino tutti vedono il mondo come lo vede lui. Di seguito alcuni elementi indicativi di questo stadio:
    1. L’imitazione differita: il bambino riesce a recuperare un gesto o una parola a cui ha assistito precedentemente. Questo perché si è creato un immagine mentale da poter ripetere successivamente.
    2. Il gioco simbolico : il gioco nei bambini in questa fase è fondamentale, tant’è che sviluppano la capacità di evocare una realtà rappresentata. Il bambino è capace di utilizzare oggetti di uso  comune come se fossero altro. Per esempio potrebbe portare all’orecchio una mattonino delle costruzioni e parlarci dentro come se fosse un telefono.
    3. Uso del disegno : attraverso il disegno rappresenta la realtà.
    4. Uso del linguaggio : in questa fase usa le parole per dare un nome agli oggetti.
  3. Stadio operatorio concreto ( da 7 a 11 anni ). In questo stadio il bambino sviluppa nuove operazioni mentali, il pensiero da rigido diventa flessibile. E’ capace di rappresentarsi un’azione e anche e l’inverso della stessa. Non ha ancora maturato la capacità di fare delle ipotesi, propria dell’ultimo stadio.
  4. Stadio Operatorio formale (dai 12 anni). Nella pre-adolescenza ormai è capace di utilizzare il ragionamento ipotetico-deduttivo. Crea quindi ipotesi, trae delle conclusioni utilizzando la logica. In questa fase è ormai capace di ragionare basandosi anche su concetti astratti.

Naturalmente non dobbiamo interpretare la Teoria degli Stadi di Piaget come se fosse una check-list delle abilità dei nostri bimbi, ma potrebbe essere utile ai genitori conoscere quali sono le tappe evolutive dei propri figli per accompagnarli in un sano processo di crescita.

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