Colleferro e la cieca morale in una sorda società

Un ragazzo è stato strappato alla vita. Dei genitori in questi giorni e per altri ancora, invece, faranno fatica a restare attaccati alla vita. Non un incidente, non un brutto male, ma un’aggressione senza motivo alcuno ha spento la vita di Willy.

Intendiamoci, si fa fatica sempre ad accettare la morte, qualsiasi sia il modo in cui la Grande Mietitrice bussa alla nostra porta, ma sembra evidente che questa volta il suo piano non fosse solo quello di armare la mano degli assassini. La immagino seduta con un bicchiere di vino che sogghigna fiera di aver segnato il punto vincente nel match tra il Bene e il Male.

E se fosse veramente andato a segno quel punto? Se fossimo davvero davanti al trionfo dell’oscurità e la nostra umanità, non l’umanità intesa come specie ma intesa come il sentire degli uomini, fosse giunta al termine del suo viaggio?  Eppure le uniche parole che leggo, le uniche frasi scritte deviano da quello che solo a me sembra così vivido e trasparente.

Di colpo mi sembra di essere stato catapultato in un romanzo di Saramago in cui tutti all’improvviso diventano ciechi. Nessuno è più capace di vedere. E così non solo l’uomo ma, cieca, diventa anche la sua morale.

Kohlberg ha teorizzato tre livelli di sviluppo morale, sostenendo che l’individuo passa da un livello all’altro in maniera sequenziale, e quello a cui sarebbe già auspicabile arrivare è quello chiamato livello convenzionale. Questo livello, sempre secondo Kohlberg, è fondato sul rispetto di norme socialmente approvate e presuppone la capacità di fare proprie le prospettive degli altri. 

Ed è proprio questo ciò che non vediamo, o preferiamo non vedere perché significherebbe guardarci dentro e dare valore e responsabilità ai nostri pensieri, ancor prima che alle nostre azioni. Non vediamo che abbiamo perso e fatto perdere ai nostri figli l’esistenza dell’altro oltre noi stessi. E allora puntiamo il dito contro la politica o contro lo stereotipo del momento, ma mentre lo facciamo la Falciatrice è pronta a versarsi un altro bicchiere di vino.

E allora mi chiedo se serva urlare ad una società che è ormai sorda. Non vede e non sente quanto la nostra umanità stia diventando antisociale, non percepisce come questo veleno si stia diffondendo nel nostro sangue, un veleno che come primo effetto ha quello di farci dimenticare. Perché se ricordassimo veramente, se avessimo memoria la nostra coscienza sarebbe capace di vederlo, il male, di sentirlo, di intercettarlo, di trasformarlo, ma ahimè anche la nostra coscienza è ormai diventata cieca e sorda, proprio come la nostra società.

Buon viaggio Willy, perdonaci se puoi.

Educare in positivo!!!!

Come ho già scritto in un precedente articolo nessuno ci prepara d affrontare il ruolo di genitore e non possiamo pretendere di divenire tutti pedagogisti o psicologi. Pensiamoci un attimo. Se decidi di sposarti hai la possibilità di seguire un corso pre-matrimoniale, se sei una coppia e decidi di avere un bambino hai la possibilità di seguire un corso pre-parto,esistono perfino degli indumenti pre- maman, ma allora perché non è previsto anche un corso pre-papà e pre-mamma? Questo è un punto cruciale che apre molteplici riflessioni e che magari tratteremo in un prossimo articolo. Per adesso vi do il mio punto di vista che mi serve anche per introdurre l’argomento centrale dell’articolo.

Egoisticamente noi associamo la maternità o paternità alla nascita e non alla crescita. Quello che penso io? Che la maternità, la paternità o più in generale la genitorialità non è uno status biologico che acquisisci nell’atto fisico di mettere al mondo un figlio, la genitorialità la conquisti se sei qualitativamente presente nel percorso di crescita dei tuoi figli ed è per questo che dobbiamo noi genitori andare verso i nostri bambini e imparare a farlo nel migliore dei modi.

Oggi vediamo tre piccoli atteggiamenti che possono aiutarci ad andare verso i nostri bambini.

 

Dire di no in maniera positiva

Soprattutto nei confronti dei più piccoli ( 0-5 anni)  si è soliti rivolgersi con frasi del tipo “ No, non si fa” , “ No, non si tocca”. Oppure quando nostro figlio ci chiede di fare qualcosa insieme, mentre magari stiamo preparando la cena rispondiamo “ Ora non posso” , “Ora ho da fare” . Rivolgersi usando termini negativi  alimenta nel bambino il senso di frustrazione e lo porta a fondere il suo comportamento con il suo Sé. Inizierà a pensare che non sono i comportamenti oggetto di richiamo da parte dei genitori ad essere sbagliati ma lui stesso . Come facciamo ad evitare di generare sensi di colpa e frustrazione nel bambino dovendo dirgli di no?  Dicendoglielo in maniera positiva.  Vediamo un esempio:

  • Se nostro figlio ci chiede di giocare con lui mentre siamo impegnati a fare altro non rispondiamogli  “Ora non posso….Ho da fare”, rispondetegli “Certo, finisco di mettere in ordine e poi giocheremo insieme“. In questo modo il bambino non prenderà il no come un rifiuto nei suoi confronti, non sentirà venir meno il legame di attaccamento, bensì concentrerà la sua attenzione sulla frase “poi giocheremo insieme” e attenderà che ciò accada dedicandosi ad altro nel frattempo.

I rinforzi positivi

Educare e crescere i nostri figli può essere equiparato ad una performance sportiva.  Noi siamo gli allenatori e i nostri piccoletti la nostra squadra   Immaginiamo una squadra di un qualsiasi sport che gioca e continua a perdere una partita dopo l’altra e l’allenatore dopo ogni sconfitta si rivolge ai suoi ragazzi elencandogli cosa hanno sbagliato, perchè hanno sbagliato e che se continueranno a giocare cosi perderanno anche le prossime gare. Se foste uno di quei ragazzi come vi sentireste? Non vi chiedereste “Ma è possibile che di tutta la gara non abbia fatto nemmeno una cosa giusta?” Il risultato sarà perdita di motivazione e ansia da prestazione.  Con i bambini il meccanismo è lo stesso. Vi faccio un esempio così sembrerà tutto più chiaro e familiare

  • Siamo nel nostro soggiorno di casa , sommersi da pile di costruzioni e giochini vari. Guardiamo nostro figlio e gli chiediamo di rimettere tutto in ordine.  Nella totalità delle volte nostro figlio metterà, se siamo fortunati, in ordine metà dei giochi e la nostra reazione sarà quella di dargli nuovamente l’ordine di completare il lavoro.  E cosa dovremmo fare Antonio? Farlo noi al posto suo? Lo so che questo è il vostro primo pensiero, ed in parte ci siete andati vicini. E’ proprio in questi casi che bisogna dare i  famosi rinforzi positivi. Se insistete nell’ordinargli di mettere in ordine il bambino sentirà il senso di insoddisfazione dei genitori e penserà che anche il minimo sforzo messo in atto per riordinare sia stato inutile,  e allora perchè rifarlo? L’atteggiamento corretto di noi genitori è quello di avvicinarci e aiutarlo nel riordinare tutto rassicurandolo e dicendogli quanto è stato bravo a mettere le costruzioni nel sacchetto e che la prossima volta dovrà provare a mettere a posto anche le macchinine.  Un bimbo gratificato sarà sempre un bimbo motivato. Vedrete che dopo due o tre volte che vi comporterete così sarà lui stesso a prendere l’iniziativa e metterà tutto in ordine. Concentratevi su cosa di positivo fa il vostro bimbo e dategli l giusto rilievo.

Dimentichiamoci dei ricatti e dei castighi

I ricatti e i castighi non funzionano e  non permettono al bambino di imparare.  Dobbiamo mostrargli le conseguenze delle proprie azioni, perchè nostro figlio impari a comprendere che quel determinato comportamento non è corretto per lo sviluppo della sua persona. Se mettiamo i nostri figli in castigo e non li aiutiamo a comprenderne il perchè , l’unica cosa che capiranno è che ciò che hanno fatto non va bene per noi .  Il cervello del bambino compie questo passaggio : Ho picchiato mio fratello – la mamma si è arrabbiata – la mamma mi ha punito – sono in punizione perchè la mamma si è arrabbiata e non perchè ho picchiato mio fratello.  Ecco perchè il bambino in altre situazioni, magari dove la mamma non è presente, rifarà lo stesso gesto.  Per fargli comprendere le conseguenze di un suo gesto dobbiamo andare verso i loro interessi e fargli vivere quella che  l’emozione della conseguenza.

  • Siamo a cena e come tutte le sere nostro figlio per terminare il suo pasto impiega un lasso di tempo interminabile fra continui ” dai mangia”, “sbrigati che è tardi”  e tanti altri rimproveri. Questo  incontro di box a tavola si ripeterà anche se adottiamo il castigo come rimedio. Come fare allora? Instauriamo una routine con dei tempi ben definiti. Se per esempio nostro figlio ama che gli si racconti la favola della buonanotte potremmo dirgli che la cena inizia alle 20:00 e terminerà alle 20:45. Una volta terminata la cena ci sarà la lettura della favola della buonanotte e chi non avrà terminato di cenare si perderà tutta la storia. La prima sera nostro figlio si comporterà alla stessa maniera di sempre, ma noi inizieremo senza di lui a leggere la storia e quando verrà piangendo perchè non ha fatto in tempo ad ascoltare la favola della buonanotte noi gli lasceremo vivere questa piccola frustrazione e gli ricorderemo che il giorno dopo varrà sempre la stessa regola. Scommettiamo che il giorno dopo sarà il primo a finire di cenare? Questo accade perchè ha vissuto come sua la conseguenza di una sua azione. Sua la conseguenza sua la risoluzione della stessa.

 

Questi sono solo alcuni dei piccoli accorgimenti che tutti noi possiamo mettere in atto. Se avete delle curiosità o domande a riguardo, se avete delle esperienze dirette che volete raccontare scrivetemi e sarò felice di leggerle e rispondervi.

Arrivederci al prossimo articolo.

 

 

 

 

La depressione nei bambini

So che appena  letto il titolo di questo articolo siete sobbalzati sulla sedia. Ma come Antonio? Come si può associare la parola Depressione alla parola Bambino? Siamo soliti pensare che possano soffrirne solo gli adulti perché maggiormente esposti ad avvenimenti altamente stressanti e distruttivi, che li portano, abbandonando ogni manifestazione di lotta, ad una lenta agonica resa. Purtroppo anche i bambini possono essere Depressi, seppur con una sintomatologia diversa da quella che riconosciamo negli adulti. Vediamo di seguito i tratti di questa patologia.

In età evolutiva si è soliti parlare di Disturbi dell’Umore, che sono delle alterazioni della sfera affettiva-emotiva le cui manifestazioni sembrano immotivate e non regolate. Possiamo avere dei comportamenti eccessivamente elevati o eccessivamente ridotti. I più rappresentativi Disturbi dell’umore sono i Disturbi dello Spettro Depressivo  tra i  cui sintomi più comuni riconosciamo: apatia, tristezza, pianto, aggressività, autosvalutazione.

E’ molto difficile nel bambino distinguere se i sintomi depressivi manifesti siano dovuti a una normale crisi dello sviluppo o se propri di un primo stadio di una sindrome depressiva. Un bambino depresso è governato da senso di inadeguatezza e mortificazione. Vive con la paura di non essere amato e frequentemente fa riferimenti alla morte.

Un atteggiamento tipico di un bambino depresso può essere quello di chiedere frequentemente ai propri genitori se gli vogliono bene , senza riuscire a spiegare il perchè di questa sua preoccupazione.  Un bambino depresso sa di esserlo, ma non è in grado di esprimerlo in modo chiaro.

L’eziopatogenesi, come per tutti i disturbi neuropsichiatrici, è di tipo complessa e vengono chiamati in causa diversi fattori genetici e biologici, ma anche di tipo psicosociale.  Se facciamo riferimento a cause di natura biologica possiamo ipotizzare per esempio delle alterazioni del sistema limbico e alterazioni endocrine. Se ci riferiamo a cause di natura psicosociale possiamo ipotizzare ad un Trauma, ad un abuso o anche a delle carenze affettive da parte delle figure di riferimento. In ultimo bisogna tenere presente anche l’intraindividualità del bambino che potrebbe avere un’elevata sensibilità o sviluppato un attaccamento insicuro.

L’insorgenza del disturbo depressivo è legata ad un avvenimento gravemente doloroso che innesca nel bambino il senso di colpa e gradualmente, in modo progressivo, spinge il bambino a modificare il comportamento nel tempo. Pensiamo ad un lutto in famiglia o ad un divorzio. Il bambino può presentare disturbi del sonno,lamentare dolori fisici e sintomi d’ansia.  Tutti questi sintomi possono manifestarsi in momenti diversi in concomitanza o in alternanza.

Vediamo ora alcune declinazioni della Depressione nel bambino

  • Disturbo Depressivo Maggiore : va dalle due settimane ai nove mesi e in questo periodo il bambino manifesta perdita di interesse e piacere per le proprie attività ed è spesso irascibile. Può essere scambiato per una peculiarità caratteriale.
  • Disturbo Depressivo Persistente (Distimico) :  in questo caso la durata del malessere deve essere di almeno dodici mesi, mesi in cui ogni giorno il bambino manifesta il suo stato depressivo. Alcuni sintomi sono sentimenti di disperazione, scarso appetito o iperfagia, astenia.
  • Disturbi Bipolari : in questo caso differenza sostanziale è che l’irritabilità è maggiormente severa, continua e non indirizzata.

La depressione nel bambino o adolescente non è mai da considerare come nucleo unico di un disturbo , in quanto si manifesta sempre in comorbidità con altre patologie. Le più frequenti sono i disturbi d’ansia, disturbi del comportamento e i disturbi dell’apprendimento.

Per quanto riguarda invece l’approccio terapeutico dovrà essere pianificato in cooperazione tra scuola e famiglia, ma in alcuni casi può essere necessario ricorrere all’utilizzo di farmaci.

 

Disturbo Oppositivo Provocatorio (DOP)

Parlando dei disturbi della sfera evolutiva possiamo far riferimento a due diverse macro-categorie. I disturbi internalizzanti e quelli esternalizzanti.

Nei primi troviamo tutti quei disturbi i cui sintomi sono rivolti al proprio mondo interiore e spesso sono poco visibili. Rientrano in questa categoria per esempio i bambini con disturbi di tipo depressivo.

Nei secondi invece troviamo quei disturbi i cui sintomi si rivolgono verso l’esterno. Per esempio i disturbi del comportamento.

Oggi vorrei soffermarmi su una particolare patologia facente parte dei disturbi del comportamento, il Disturbo oppositivo provocatorio (DOP). Per farlo faremo riferimento a quanto riportato nel DSM-5.

I bambini affetti da tale disturbo presentano un umore collerico, irascibile, provocatorio e vendicativo. Dobbiamo dare il giusto peso ai sintomi per distinguere quelli afferenti la patologia da quelli di un normale sviluppo. Un bambino che si oppone con decisione ad un’indicazione del genitore non per forza deve essere considerato affetto da una patologia. Di contro quando i comportamenti del bambino compromettono e invalidano le relazioni sociali e familiari è sensato pensare di essere in presenza di un disturbo.

Secondo quando riportato nel  DSM-5 possiamo parlare di Disturbo Oppositivo Provocatorio quando siamo in presenza di 4 sintomi rintracciabili nelle seguenti categorie:

Umore Collerico/irritabile

  •  Il Bambino va sempre in collera
  •  Il bambino è permaloso o contrario
  •  Spesso adirato

Comportamento Polemico/provocatorio

  •  Litiga spesso con adolescenti e adulti
  •  Sfida e rifiuta le richieste da parte delle figure autoritarie
  •  Spesso irrita gli altri
  •  Spesso accusa gli altri dei propri errori

Vendicatività

  • Se negli ultimi 6 mesi sia stato almeno due volte dispettoso o vendicativo.

In genere i bambini affetti da DOP manifestano le proprie difficolta in un unico ambiente , che può essere la scuola oppure a casa. In questo caso parliamo di Gravità LieveSe si manifesta in due ambienti parleremo di Gravità Moderata, mentre se presente in 3 o più di tre ambienti parleremo di Gravità Grave.

I primi sintomi insorgono in età prescolare e molto di rado oltre l’adolescenza. I più colpiti sembrano essere i maschi, quasi il doppio delle volte rispetto alle femmine.

Quali sono i Fatti di Rischio ?

Tra i fattori di rischio possiamo annoverare :

  •  Fattori Temperamentali legati a problemi di regolazione emotiva ( difficoltà a tollerare la frustrazione per esempio)
  •  Fattori ambientali  quando nelle famiglie assistiamo a pratiche educative rigide e negligenti
  •  Fattori genetici e fisiologici  seppur non si sia riusciti ancora a individuare dei markers specifici per bambini affetti da DOP rispetto a quelli affetti da Disturbo della condotta.

Quali sono le conseguenze funzionali?

Se il DOP persiste durante lo sviluppo, i soggetti che ne sono affetti, si troveranno a vivere con un’alta frequenza conflitti con genitori, insegnanti ,supervisori, caregiver e con i propri coetanei. Inoltre sono esposti ad un maggior rischio di avere da adulti comportamenti antisociali ,diventare dipendenti e abusanti di sostanze , nonché manifestare ansia e depressione.

Quali sono le strategie terapeutiche?

Le strategie di intervento sono molteplici e sono rivolte al bambino e ai genitori, ma statisticamente risultano essere più efficaci quelle che prevedono il coinvolgimento di entrambe le figure.  Tra queste per esempio la Parent Child Interaction Therapy (PCIT).

Nella PCIT si insegna al genitore come ridurre i comportamenti negativi attraverso tecniche che pongano l’accento su rinforzi positivi. Ciò permetterà al bambino di ridurre rabbia e frustrazione e farà crescerne l’autostima. Allo stesso tempo il genitore imparerà a comunicare con il proprio figlio e svilupperà delle metodologie che saranno in grado di far comprendere ed eseguire le consegne al bambino.

Altre strategie di intervento possono essere ricercate nell’ambito dell’approccio cognitivo- comportamentale, nello sviluppo di competenze utili al bambino per interagire con i propri pari e anche interventi che spostano l’attenzione del bambino sulla morale delle proprie azioni e sulle conseguenze delle stesse al fine di prendere decisioni che risultino in linea con il contesto sociale in cui vive.

 

Con il Dr. Gianluca Lo Presti abbiamo parlato di DSA

Di recente ho visto il film Stelle sulla Terra che racconta la storia di Ishaan la cui Dislessia viene riconosciuta solo quando incontra un insegnante anch’egli dislessico. La cosa che più mi ha colpito del film è stata la reazione dei genitori una volta appresa la notizia delle difficoltà di Ishaan. Reazione prima di negazione e poi di evitamento. Da quel film sono passati 12 anni e sicuramente c’è più consapevolezza sulla Dislessia e non solo, ma ho pensato che fosse utile per i genitori, i docenti, gli educatori presenti fra di noi un illustre punto di vista sui Disturbi Specifici dell’Apprendimento.

Vi riporto le domande che ho posto al Dr. Gianluca Lo Presti, Psicologo professionista Esperto di Psicopatologia dell’Apprendimento, Socio AIRIPA, Socio AID. Autore dei testi Nostro figlio è dislessico, Diagnosi Disturbi Specifici Aprrendimento, Diagnosi dei Disturbi Evolutivi.

Collaboratore dei manuali BES a Scuola e Dislessia e altri DSA a Scuola

Vi lascerò in fondo i link dove potrete seguire il Dr. Lo Presti, ma entriamo nel vivo dell’intervista. 

Innanzitutto volevo ringraziarla per aver accettato il mio invito. Sono convinto che la divulgazione sia una potente arma di prevenzione ed è per questo che sono sicuro che il suo contributo sarà prezioso soprattutto per i genitori presenti tra i miei lettori.

Dott. Lo Presti se dovesse, rivolgendosi ad una coppia di genitori, spiegare cosa sono i Disturbi Specifici dell’Apprendimento che definizione userebbe?

Per prima cosa a questi genitori direi di non preoccuparsi per il futuro scolastico e lavorativo del loro figlio, nella peggiore delle ipotesi potrebbero avere delle difficoltà con qualche modalità didattica con cui il proprio figlio possa non trovarsi bene a livello di apprendimento, ma tutto ciò è superabile; ciò in quanto nei DSA abbiamo una intelligenza nella norma e delle cadute specifiche nella Lettura (Dislessia), Ortografia (Disortografia), Grafia (Disgrafia) e Calcolo (Discalculia).

Parlando con altri genitori come me ho avuto in più occasioni la sensazione che si rincorra un’etichetta diagnostica addirittura confondendo una difficoltà di apprendimento con la psicopatologia vera e propria. Qual è la differenza fra Difficoltà di Apprendimento e Disturbi Specifici dell’ Apprendimento?

La difficoltà è temporanea e dovuta da altri fattori a-specifici, come difficoltà nelle relazioni, emotive, sociali, vista, udito etc; tutte cose diverse dal disturbo neurobiologico che invece ha che fare con i DSA. A meno che non si tratti di un bambino che ancora non ha concluso la 2 classe primaria, in questo caso parliamo solo di difficoltà, in quanto non è possibile fare diagnosi di DSA (anche nel caso di palesi ritardi negli apprendimenti).

Sempre in relazione alle differenze sopra elencate oggi abbiamo a disposizione degli strumenti che ci consentono di individuare in maniera precoce segni prodromici di un disturbo dell’apprendimento. Potrebbe spiegarci cos’è l’ IPDA? Quando e perché utilizzarlo?

IPDA sta per Identificazione Precoce dei Disturbi di Apprendimento, ed è un eccellente strumento “scientifico” (nel senso che è stato validato secondo il metodo scientifico), il quale tramite una serie di indicatori, permette di ponderare una eventuale ipotesi probabilistica di disturbo ed iniziare a lavorare in modo, appunto, precoce su quelle che oggi si presentano solo come difficoltà.

E i genitori invece possono cogliere segnali prodromici ? Se si, in che modo?

E’ difficile e lo sconsiglio, meglio rivolgersi agli specialisti. In ogni caso, in tutte quelle situazioni in cui il proprio figlio è molto (ma molto) indietro rispetto agli apprendimenti di base rispetto ai propri compagni di classe, allora si, è bene approfondire.

Fortunatamente abbiamo detto che è possibile intervenire precocemente, ma è altrettanto vero che la diagnosi può arrivare in maniera tardiva anche tra gli 8 e i 10 anni. Quando questo accade come si interviene?

Non è detto che sia tardiva. Possiamo avere casi di DSA lieve in cui le difficoltà si evincono solamente in prima media, per via del salto tra scuola primaria e secondaria di primo grado. Dunque dipende dalla gravità dei singoli soggetti.

Possiamo affermare che il ruolo della Famiglia sia importante tanto quanto quello della Scuola. In che modo dovrebbero interagire? Quale sinergie andrebbero ricercate?

Ci sono varie famiglie e diversi modi di reagire di fronte le difficoltà. Si passa dai genitori uniti nel problema, a quelli in cui uno dei due non vede le difficoltà del figlio. Oppure a genitori che puntano a risolvere il problema senza giri di parole, con i quali lavoro con maggior successo; mentre altri avviano più battaglie personali che aiutare davvero i figli. Il problema secondo la mia esperienza è che ci sono alcune mamme (poche per fortuna) in cui il loro egoismo materno, stereotipi o personali problematiche emotive, incidono in modo prepotente sull’educazione, sulla gestione e sullo sviluppo dei propri figli. Per mia esperienza, sono la minoranza, ma il problema resta.

Parliamo ora dell’aspetto motivazionale. Si tende a focalizzarsi spesso sulle difficoltà del bambino tralasciando gli altri talenti. Cosa ne pensa a proposito e come possiamo motivare un bambino con un Disturbo dell’Apprendimento?

Direi che è una buona parte della scuola e della società “famiglia” a commettere questo grave errore. Errore in quanto un bambino che non sviluppa una sua passione o talento, potrà anche prendere dei bei voti, e fare un buon lavoro, ma ciò non significa essere felice e farlo per se stessi.

Prima di salutarla e ringraziarla del tempo dedicato le chiedo se vuole rivolgere un ultimo consiglio ai genitori che leggeranno questa intervista.

Attenzione: oggi tra lavoro, impegni, riunioni, amici, famiglia, sport, casa, svago, e tanto altro, la vostra “attenzione” è ridotta a leggere un articolo per non più di 30 secondi, ad ascoltare un parere per non più di 3 minuti, a farvi un idea in ancora meno tempo. Dunque la vostra attenzione è sottratta da tante attività, ma nessuno vi sta costringendo a farlo, solo quella vocina interna “lo DEVO fare”, per scelta consapevole? Ansia personale? Approvazione sociale? Sta a voi decidere, ma sappiate che vi è anche l’attenzione per il benessere dei vostri figli, per le informazioni corrette e quelle che non vi piaceranno ma che vi serviranno davvero. Insomma, tocca a voi scegliere.

Grazie Dr. Lo  Presti

Chi mi segue da un pò sa quanto per me sia importante il futuro dei nostri figli. Spero che dalle parole del Dott. Lo Presti possiate trarre degli insegnamenti e che possiate guardare i vostri bimbi, che abbiano o meno delle difficoltà, per quello che sono, dei bambini. Solo l’amore verso di loro vi potrà far superare gli stereotipi e i condizionamenti della società in cui  viviamo. Prendete in braccio vostro figlio, dategli un bacio e sussurrategli : “ Papà e Mamma sono qui!

Come sempre vi chiedo, se vi è piaciuto l’articolo, di condividerlo sulle vostre pagine social e di iscrivervi alla mia pagina per non perdere le prossime uscite.

Di seguito vi lascio i riferimenti dei social dove potete seguire il Dott. Gianluca Lo Presti

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La Teoria dell’Attaccamento di John Bowlby

Seppur siano stati molteplici i contributi da parte di numerosi studiosi, si è soliti attribuire a John Bowlby la Teoria dell’Attaccamento.

E’  impensabile in un articolo racchiudere tutto il pensiero di Bowlby, pertanto proveremo a riassumere i punti fondamentali delle sue teorie. Ci è utile conoscere le teorizzazioni di Bowlby perché sono il punto di partenza delle ricerche sulla relazione madre-bambino e forniscono informazioni su come la personalità di ogni individuo inizi a prendere forma nei primi anni di vita.

John Bowlby era uno psichiatra e psicoanalista inglese nato nel 1907. Per le sue teorie venne fortemente criticato, addirittura accusato di non essere stato capace di comprendere appieno il significato degli insegnamenti della scuola psicoanalitica. Bowlby in realtà abbandona volutamente l’approccio psicoanalitico, nello specifico il modello Freudiano secondo cui il legame che si instaura tra madre e figlio sia dettato dalle pulsioni che spingono il bambino alla ricerca di una gratificazione orale. Al contrario, Bowlby sosteneva  che il bambino crea un legame con la madre non per un bisogno fisiologico, ma perché geneticamente predisposto a farlo, così come i genitori hanno nel loro corredo genetico la prontezza nell’accorrere ai segnali del figlio.

La Teoria dell’Attaccamento di Bowlby trova le sue fondamenta negli studi sul mondo animale condotti da Konrad Lorenz e gli studi di Harlow sulle Scimmie Rhesus. Vi riporto il link del video dell’esperimento di Harlow che vi consiglio di vedere e vi mostrerà come l’attaccamento non derivi dal bisogno di nutrimento (https://www.youtube.com/watch?v=Inx2O_T1y-s).

Le fasi dell’attaccamento

Bowlby individua quattro fasi nei primi tre anni del bambino in cui si sviluppa e diventa stabile l’attaccamento

  • 0 – 2 mesi: i comportamenti del bambino in questa fase non sono intenzionali e seppur riesce a riconoscere la madre dalla voce e dall’odore non riesce ad  essere selettivo verso il mondo esterno;
  • 2-6 mesi:   il bambino inizia ad essere discriminante nei confronti delle persone con cui viene in contatto;
  • 6-18 mesi: l’attaccamento diventa stabile e il bambino, intorno ai 12 mesi, usa la madre come base sicura per esplorare l’ambiente;
  • 18-36 mesi: l’attaccamento è ormai stabile. Il bambino riesce a rimanere tranquillo in ambienti sconosciuti purché sia presente la madre, ma può iniziare anche a tollerarne l’assenza;

La madre riveste un ruolo di estrema importanza in riferimento a quello che Bowlby chiama base sicura. Il bambino infatti può esplorare il mondo sentendo di potersi allontanare dalla madre perché qualora incontrasse una qualsiasi minaccia sa che potrà tornare dalla madre, che, in risposta, lo farà sentire protetto e confortato.

La Separazione

Durante la sua formazione, Bowlby lavorò in una casa per ragazzi disadattati  che avevano avuto delle relazioni tossiche con le loro madri. Questa esperienza influenzò notevolmente il suo pensiero. Nel 1944 condusse uno studio esaminando storie di quarantaquattro giovani ladri e giunse alla conclusione che la relazione disturbata madre-bambino fosse il segnale precursore di un disturbo mentale. Una prolungata separazione dai genitori era fortemente marcata in soggetti an-affettivi.  Bowlby, concluse, che la separazione precoce può avere delle gravi ripercussioni sulla vita adulta dell’individuo.

La separazione si snoda in 3 momenti:

  • la protesta per la separazione
  • la disperazione per l’assenza della figura di riferimento
  • il distacco finale

Il distacco finale può essere meno doloroso qualora nell’ambiente ci sia una figura capace di sostituire quella di riferimento.

MOI – Modelli Operativi Interni

Secondo Bowlby il bambino elabora dei Modelli Operativi Interni che sono delle rappresentazioni mentali del sé e degli altri  in risposta alla relazione con la figura di attaccamento. La loro funzione è quella di fornire al bambino una previsione  e un’interpretazione sui sentimenti, pensieri e comportamenti suoi e del caregiver in relazione all’attaccamento.  Il bambino grazie ai MOI riesce ad elaborare previsioni su ciò che può aspettarsi dalle interazioni con le altre figure di attaccamento.

Un bambino che sperimenta amore e protezione interiorizzerà un modello operativo della sua figura di attaccamento come attenta ai suoi bisogni, e allo stesso tempo maturerà la concezione di sé come soggetto meritevole di protezione e di amorevoli cure.

Al contrario un bambino in condizioni di accudimento negative svilupperà dei modelli operativi disfunzionali.

Mary Ainsworth e la Strange Situation

Mary Ainsworth ha il merito di aver fornito prove empiriche delle teorie di Bowlby e di aver, attraverso un metodo di osservazione universalmente riconosciuto, classificato i diversi stili di attaccamento. Il procedimento osservativo utilizzato, conosciuto come Strange Situation, consiste in una prova di stress crescente della durata di circa 20 minuti in cui vengono analizzate le reazioni del bambino agli episodi di separazione e successivo ricongiungimento del bambino con il suo caregiver, il tutto di fronte ad una figura a lui estranea.

Di seguito vediamo quali sono gli stili individuati

  • Attaccamento Insicuro/Evitante : il bambino esplora l’ambiente e senza protestare al momento della separazione della madre continua indisturbato a  giocare. Questo stile si associa ad un modello operativo interno di rifiuto della figura di attaccamento. I bambini con questo stile hanno sperimentato in passato più volte la mancanza o la difficoltà nell’avere un legame con la figura di attaccamento a tal punto da imparare a farne a meno.
  • Attaccamento Sicuro :  il bambino esplora l’ambiente, ma al momento della separazione protesta  per poi farsi consolare nel momento in cui si ricongiunge con la madre. Il modello operativo interno di questi bambini è quello di una figura pronta ad intervenire in caso di bisogno. La figura di attaccamento soddisfa le aspettative di disponibilità.
  • Attaccamento Insicuro/Ambivalente: i bambini sono restii all’esplorazione perché agitati e turbati nella fase di separazione. Non riescono a trovare  conforto neanche nella fase di riunione con la madre. Il modello operativo è derivante da un accudimento inadeguato e spesso incostante. Essendo la figura di attaccamento instabile e imprevedibile preferiscono stare il più possibile vicino ad essa e rinunciano all’esplorazione.
  • Attaccamento Disorientato-Disorganizzato : ci troviamo in questo caso di fronte a bambini che non reagiscano perseguendo un fine. Assumono   atteggiamenti privi di un’organizzazione quali rimanere immobili o addirittura coprirsi gli occhi alla vista della madre. C’è un’associazione a storie di maltrattamenti e abusi, lutti e perdite significative. Succede che la figura di attaccamento spinta da una forte apprensione causi un corto circuito nel bambino che invece di trovare conforto nella madre, addirittura ne è spaventato.

Queste sono i passaggi fondamentali della Teoria dell’Attaccamento e dai quali spero possiate trarre spunti per i vostri approfondimenti. Che siate studenti o genitori provate curiosità verso i bambini e  scoprirete un mondo meraviglioso.

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A presto

 

Schiaffo educativo ? No Grazie !!!!

Sono padre ormai da più di 5 anni e fra qualche mese lo diventerò per la seconda volta. Negli ultimi 3 mesi che precedono il parto c’è sempre qualcosa a cui pensare, c’è da scegliere il nome, il primo vestitino e tutto ciò che possa renderne speciale e accogliente l’arrivo in famiglia.

Insomma quello che fanno le migliaia di coppie ogni giorno che sono in attesa di ricevere il dono meraviglioso della Genitorialità.

La cosa purtroppo a cui nessun genitore pensa è quale sarà il giusto atteggiamento da adottare nell’educare il proprio figlio.

Si da per scontato di avere nel nostro corredo genetico anche il modus educandi perché ereditato dai nostri genitori, ma non è esattamente così.

Succederà allora che utilizzeremo i metodi usati dai nostri genitori per educarci, perché quello è l’unico modello di riferimento con cui siamo venuti in contatto.

L’altra sera, durante una cena di famiglia, in un’iperbole di argomenti trattati, si è aperta una discussione su come sia giusto educare i propri figli e il leitmotiv è stato “ ogni tanto uno schiaffo male non fa”.

Ho cercato di avere una reazione composta, e provato a far capire che in nessun caso è possibile accettare come punizione o sistema educativo un qualsiasi atto violento, ma in tutta sincerità non credo di aver convinto i miei commensali. Riproviamoci insieme e smontiamo alcune delle tesi che i pro-schiaffo portano a loro difesa

1) La violenza è altro, uno schiaffo che male può fare!!!

Questa la frase che più vi sentirete ripetere dai pro-schiaffo

Quasi come ci fosse una scala di riferimento che determina la violenza. Per esempio, possiamo definire violenza un omicidio e definire una ragazzata se degli adolescenti portano via le coperte ad un clochard durante la notte? La risposta è una sola, NO! L’atto violento è qualsiasi azione che lede fisicamente o anche solo psicologicamente un altro individuo. E non esiste una scala di valori della violenza, uno schiaffo lede e offende l’altrui individuo pertanto è da considerarsi un atto violento.

Più avanti vedremo quali conseguenze può portare un’educazione basata sulle punizioni corporali.

2) Tu dagli uno schiaffo e vedrai che non lo farà più!

Questa è la convinzione più difficile da sradicare nella mente dei pro-schiaffo. La loro teoria è che se un bimbo ripetutamente compie delle azioni che gli sono vietate l’unico deterrente per fermarlo è la punizione corporale. Se gli do uno schiaffo imparerà la lezione e non lo farà più. Ma qual è il compito di un genitore? Interrompere un comportamento sbagliato o insegnare al proprio figlio perché quel comportamento non è corretto? Sappiate che nel caso dello schiaffo educativo non state insegnando nulla a vostro figlio, gli state solo mostrando una possibile conseguenza al suo comportamento. Il risultato sarà che il bambino commetterà quell’azione di nascosto accrescendo dentro se sentimenti quali l’ipocrisia. 

3) Non ascolta e mi fa perdere la pazienza!!!

Questa è la scusa più comune. Perdo la pazienza, smetto di parlare e via con le sculacciate. Siete sicuri che sia vostro figlio a farvi perdere la pazienza o siete voi a perdere il controllo di voi stessi? Tutti i genitori vogliono che il proprio figlio sia ubbidiente, stia fermo e non dia fastidio. Di conseguenza alla minima variazione del comportamento desiderato si perde la pazienza e si punisce il bambino la cui unica colpa è quella di mostrare la sua personalità. Quando si è in prede ad una tempesta emotiva dobbiamo indirizzare la nostra rabbia su altro e non su nostro figlio che in quel momento ha solo voglia di esprimere se stesso. Ci dimentichiamo che abbiamo davanti un individuo con tutto quello che ne comporta.

Queste sono solo alcuni degli argomenti che portano a loro difesa i pro-schiaffo.

Vediamo ora perché le pene corporali non sono educative.

In paesi come la Svezia non è tollerata nessuna forma di violenza, e puoi essere posto in stato di fermo anche per un schiaffo dato a tuo figlio.

Tralasciamo la norma giuridica e vediamo 3 delle conseguenze nell’educare con la violenza i propri figli.

  • Diversi studi scientifici ( per esempio Spanking and child outcomes: Old controversies and new meta-analyses. Gershoff, Grogan-Kaylor, 2016) hanno ormai dimostrato che le punizioni corporali hanno conseguenze negative: aumentano l’aggressività,fanno scaturire comportamenti antisociali e addirittura nell’età adulta possono portare a stati depressivi e far insorgere problemi di salute mentale.
  • I bambini imparano che nella gestione del conflitto l’unica risoluzione è l’atto violento. Il bambino assimila l’impronta del genitore e attribuisce alla violenza un’identità di normalità. Il bambino non si porrà domande sul comportamento violento, lo esprimerà come fosse la norma da seguire nel caso di un conflitto.
  • Porta a scarsa autostima e perdita di fiducia. Il bambino vede nel genitore un luogo in cui rifugiarsi dai pericoli, una figura che deve dargli protezione e quando riceve uno schiaffo non ha la capacità di capire il perché di un tale gesto, né come la persona che dovrebbe accudirlo e proteggerlo possa essere capace di un tale gesto nei suoi confronti. Nel bambino si genererà paura e insicurezza.

La letteratura scientifica degli ultimi 20 anni è ricca di studi che dimostrano i danni conseguenti da un’educazione basata su punizioni corporali, eppure ancora oggi mi capita di sentire neo genitori sminuire le sculacciate.

Perché lo fanno?

In realtà stanno cercando una giustificazione al loro atteggiamento. Un genitore che da una sculacciata al proprio figlio sta percorrendo la strada più semplice per far si che tutto rientri sotto il suo controllo. Non sta comunicando con il proprio figlio, sta esercitando un potere coercitivo solo per la ricerca di uno stato di quiete apparente che possa placare la tempesta emotiva che sta vivendo in quel momento. L’educazione basata su un sistema punitivo, se costante, evolverà in un’escalation di intensità con il rischio, non così tanto remoto, di sfociare in azioni di una gravità tale da non poter tornare indietro.
L’unico strumento su cui dobbiamo investire nell’educazione dei nostri figli è il dialogo. Parlare ai figli fin da quando sono nella pancia della mamma, mi verrebbe da dire. Questo non significa lasciarli liberi di fare qualsiasi cosa, ma attraverso il dialogo è possibile far comprendere quali siano i giusti comportamenti e quali quelli sbagliati.

Con il dialogo possiamo insegnare a gestire la rabbia e far si che da adulti siano in grado di affrontare la vita senza scorciatoie emotive.

Non siamo tutti Psicologi!!!!!

A Milano, come in molte città d’Italia e del Mondo, ad ogni angolo c’è un artista di strada che mettendo in mostra il suo talento regala momenti di serenità e di gioia ad adulti e bambini. Io li adoro e ogni volta mi fermo con mio figlio ad osservarli pensando al lavoro che c’è dietro quei minuti di performance, che siano cantanti o ballerini, mimi o giocolieri.

Ma quella domenica tra gli artisti c’era qualcuno che stava semplicemente seduto e teneva tra le mani un cartello con una scritta che più o meno recitava “ Ti ascolto Gratis”. Non vi nascondo che il mio primo pensiero è stato “ Ma chi vuoi che si sieda a parlare con uno sconosciuto…”. Neanche il tempo di pensarlo che iniziò a crearsi la coda per sedersi di fianco a quel ragazzo.

Continuo la passeggiata, ma ormai, tra rabbia e incredulità, la mia mente è focalizzata sulla scena che avevo appena visto.

Molti avranno pensato che l’iniziativa di quel ragazzo poco più che ventenne fosse lodevole.

Che ormai nell’era del 4.0 dove tutto è virtuale un ragazzo che dedica il suo tempo ad ascoltare le sensazioni, le emozioni e anche le preoccupazioni o i disagi di uno sconosciuto sia il giusto modo di oltrepassare le barriere dei social network.

Sapete cosa penso io?

Che quello ragazzo, seppur spinto da buoni propositi, non si è reso conto di quanto fosse pericoloso ciò che stesse facendo.

Perchè?

Perchè non siamo tutti Psicologi!

Dobbiamo una volta per tutte farcelo entrare in testa e dobbiamo smetterla di foraggiare la teoria pressapochista del “Secondo Me” e del “ Ma io penso che”

Scusate se il tono è particolarmente duro ma è un argomento a cui tengo particolarmente.

Pochi giorni fa è scomparso Adriano Ossicini che per più di 15 anni ha condotto una vera e propria battaglia nelle aule del parlamento per far si che la figura dello Psicologo fosse riconosciuta come professione sanitaria e che venisse istituito l’Ordine degli Psicologi. La legge n.56 del 18 Febbraio 1989 (Adriano Ossicini salvò decine di Ebrei dalla furia nazista inventandosi una malattia contagiosa col nome di Morbo di K, dalle iniziali degli ufficiali nazisti Kesselring e Kappler. Fece ricoverare gli Ebrei con una finta diagnosi salvandogli la vita).

Ora cercando di contenere la mia eccessiva emotività ed evitare, mentre scrivo, di rimanere vittima di un sequestro neurale voglio darvi tre spunti sul perché vostra madre, vostro fratello o il vostro migliore amico non possono sostituirsi alla figura dello Psicologo

1)Lo Psicologo non è il medico dei pazzi

Ancora oggi sento ripetere frasi del tipo “ Perchè dovrei andare dallo Psicologo, non sono mica pazzo” oppure “Risparmiati i soldi piuttosto che andare dallo Psicologo fatti una bella corsetta” o ancora “Macché Psicologo, sfogati e vedrai che col tempo tutto passerà”

Sfatiamo subito questo mito.

Dallo Psicologo non si va solo per seguire un percorso terapeutico dovuto ad un trauma o ad un presunto disturbo mentale. Dallo Psicologo si va anche per la propria crescita personale , per capire meglio se stessi e poter conoscere quali sono i propri punti di forza e come sfruttarli al meglio nella nostra vita. Tutte le personalità di successo che siano sportivi, politici o imprenditori hanno uno Psicologo Personale.

Per chi segue il calcio, sa che negli ultimi anni in Italia la Juventus ha dominato sulle altre squadre giocando sempre con la stessa intensità ogni istante della partita, tanto che i tifosi hanno coniato lo slogan “ Fino alla Fine”. Molti non sanno che fin dal settore giovanile la Juventus ha nel proprio organigramma un’area Psicologica in cui allenatori e giocatori allenano la loro mente in modo scientifico per ottenere la miglior performance . Ho detto scientifico perciò dimenticatevi la parola Motivatore o Mental Coach, qui parliamo di Scienza.

Se eliminiamo il pregiudizio per cui si va dallo Psicologo solo se affetti da un disturbo o una sindrome, sono certo che tutti saremo portati a lavorare su noi stessi migliorando anche la società in cui viviamo.

2) Confidenza o Consulenza

Quando confidate al vostro migliore amico i vostri problemi lo fate perché cercate un porto dove gettare l’ancora delle vostre convinzioni. Sapete già che il vostro amico vi capirà e sosterrà anche se non è d’accordo con le vostre idee. Questo succede perché fra di voi c’è un rapporto di pari, un’alleanza per la sopravvivenza sociale. Uniti si è più forti contro tutto e tutti. Dopo aver confidato al vostro amico le vostre paure o preoccupazioni ne uscirete sollevati perché finalmente qualcuno vi ha capiti. Vi prego di soffermarvi su questa frase.

Quante volte vi è capitato di pensare che i vostri genitori o il vostro partner “non vi capissero” e spinti da questo senso di non accettazione vi siete messi alla ricerca di qualcuno che potesse capire il vostro stato d’animo? E’ successo a tutti. E’ proprio questo schema mentale secondo cui l’essere capiti sia la soluzione ad un eventuale problema ha fatto si che tutti si sentano un po’ Psicologi.

Immaginate di essere in mare  e di non riuscire a ritornare a riva. In preda al panico vi mettete a gridare aiuto. Il vostro amico vi getta un salvagente. Purtroppo il vostro amico non si accorge, perché non è un esperto di tecniche di salvataggio, che quel salvagente non è correttamente tappato e che quindi mentre lo indosserete e nuoterete, piano piano, si sgonfierà con conseguenze che potrebbero rivelarsi poco piacevoli.

Immaginate ora di essere nella stessa situazione ma le vostre urla vengono udite dal Guardia-spiagge che prontamente si tuffa, vi raggiunge a nuoto, riesce a calmarvi e impartendovi delle istruzioni vi aiuta a nuotare fino a riva.

Lo psicologo è il Guarda-spiagge della vostra mente.

Conosce tutti i meccanismi della vostra mente e sa quali sono i giusti accorgimenti per far capire a voi stessi chi siete veramente e di cosa avete veramente bisogno.

Non vi capisce, ma vi aiuta a capirvi.

3)Tutti Psicologi per colpa degli Psicologi

Per troppo tempo la Psicologia è rimasta chiusa all’interno della stanza del terapeuta, ma oggi è necessario aprire la porta di quella stanza e mostrarsi a tutti.

Gli Psicologi hanno sempre creato un’alone di mistero intorno alla loro disciplina e parlato sempre in modo accademico a colleghi accademici. Il risultato che nessuno sa veramente cosa fa lo Psicologo . Il comportamento umano , le personalità, i processi cognitivi non sono tangibili come può essere una mano, un piede. Eppure tutto ciò che ci riguarda parte dal nostro cervello e di lui dovremmo prenderci cura più di ogni altra cosa.

Seguiamo diete , facciamo sport perché i risultati sono tangibili. Perchè allo stesso tempo non dedichiamo la stessa cura alla nostra mente? Perchè la consideriamo un qualcosa di astratto e la colpa è di quei terapeuti che tengono chiusa a chiave la porta della loro stanza.

Fortunatamente oggi la nuova frontiera della Psicologia ha dalla sua parte professionisti che hanno deciso di mostrarsi e di parlare alla gente. Hanno deciso di far entrare nel loro studio la platea dei social e mostrare con esempi concreti e pratici che la Psicologia non è la scuola di magia di Hogwarts, ma una vera e propria Scienza.

Penso che oggi ci sia un solo modo per far capire alle persone che non siamo tutti Psicologi e questo modo è la Divulgazione.

Nel mio piccolo questa sarà la mia missione.

 

PS                                                                                                                                                                                                                                                                                 Vi segnalo e vi invito a seguire il lavoro di divulgazione di Luca Mazzucchelli, di Gennaro Romagnoli, di Gerry Grassi , di Roberto Ausilio, di Carlo Massarutto, di Alice Salonis, di Romeo Lippi (Lo Psicologo del Rock), di Daniele Gregorio ( Sull’orlo della Psicologia), di Davide Lo Presti e sono sicuro che inizierete a vedere con occhi diversi il mondo della Psicologia.

Quando basta un 1% a fare la differenza…

Scrivere una recensione di un libro per me non è mai stato un compito semplice.

Spesso i recensori lo fanno con troppo distacco semplicemente raccontando le trama, soffermandosi sullo stile o sulla prosodia. Qualche nota sull’autore,un personale commento alla fine e tutto è pronto per essere pubblicato.

Nessuna volta, e vi prego di credermi, ho mai acquistato un libro basandomi sulle recensioni. Quello che mi spinge a scegliere un libro è la sensazione che dentro troverò un’Emozione da vivere. Non so mai quale possa essere, ma spero sempre di trovarla.

Nel caso del libro di Luca Mazzucchelli ( in fondo inserirò i link dei social dove poter leggere di lui e seguire le sue attività) appena ho letto che aveva completato di scriverlo sapevo già che lo avrei comprato, ma ancor di più sapevo che leggendolo avrei scoperchiato il vaso di Pandora delle mie emozioni.

Il libro si intitola “Fattore 1% – Piccole abitudini per grandi risultati” e se state pensando che sia il solito libricino motivazionale posso garantirvi che  si tratta di ben altro.

Appena apro il libro, nella seconda di copertina ( n.d.a. la seconda di copertina è il retro della copertina) leggo “ Che ti piaccia o no, oggi sei il risultato delle abitudini che hai adottato negli ultimi cinque anni e tra cinque anni sarai il risultato di quelle che decidi di fare tue da oggi.”

Questo incipit mi ha fatto subito pensare che il libro sarebbe stato un viaggio nel mio passato, presente e futuro. Una sorta di “A Christmas Carol” delle mie scelte e dei miei comportamenti.

Ricordate vero il romanzo di Charles Dickens ….?

Luca sembra impersonare i fantasmi del Passato, Presente e Futuro. Ci prende per mano e senza slogan, ma con esempi concreti, ci fa vedere quali sono stati gli errori che abbiamo commesso e che non ci hanno permesso di raggiungere un determinato risultato e quale invece è il giusto mindset per poter piantare il seme della nostra crescita personale e farlo diventare un forte arbusto.

Non posso in questa sede andarvi ad elencare ogni singolo paragrafo del libro, ma voglio soffermarmi su 2 insegnamenti che ho appreso da Luca e che ho iniziato ad applicare appena finito il libro.

1) L’1% che fa la differenza.

Quando decidiamo di cambiare qualcosa della nostra vita vogliamo che tutto avvenga subito e magari senza sforzi e sacrifici. Il più delle volte succede, però, nel cammino verso il cambiamento di mollare tutto o ritornare al punto di partenza. Perchè?

Facciamo un esempio utilizzando la mia passione per il running ( nel libro Luca fa riferimento alla corsa per spiegare diversi concetti).

Immaginate di trovarvi i primi di Gennaio al rientro delle vacanze, salite sulla bilancia e scoprite di aver messo su qualche chilo. “ Bene, da domani ogni giorno andrò a correre per buttare giù i chili di troppo”. Il giorno dopo indossate tuta e scarpe da running e via subito a correre a perdifiato. Così anche il secondo giorno e probabilmente anche il terzo per poi abbandonare subito l’idea. Questo succede perché avete preteso troppo dal vostro fisico che ha mandato un segnale chiaro ed inequivocabile al vostro cervello : IO CON LA CORSA HO CHIUSO.

Se invece avreste iniziato magari con una semplice camminata il primo giorno, magari il secondo giorno oltre la camminata qualche passo di corsa e cosi gli altri giorni vi sareste trovati a distanza di un paio di mesi a correre per un’ora di fila e senza quei chili che avevate messo su durante le vacanze di Natale.

L’1% è proprio questo. Fare dei piccoli passi che nel lungo periodo diventano dei grandi passi verso il cambiamento.

2) Rendi tutto così semplici da non poter dire di no.

Un altro ostacolo che troviamo sul nostro cammino del cambiamento è che disperdiamo troppe energie in quello che facciamo e rendiamo le nostre routine troppo complesse.

Usiamo sempre la corsa come esempio.

Abbiamo deciso che domattina ci alzeremo un’ora prima del solito e andremo a correre. Suona la sveglia, ci alziamo dal letto, andiamo in bagno poi torniamo in camera e cerchiamo nei cassetti gli indumenti, non troviamo le calze e allora ci tocca accendere la luce, ma cosi facendo svegliamo nostra moglie e se siamo sopravvissuti alla sua ira saremo pronti per il nostro allenamento.  Però, solo la preparazione per andare a correre ci sarà costata talmente tanta fatica che il giorno dopo torneremo a  ripuntare la sveglia al solito orario.

L’altra faccia della medaglia è la seguente.

Domani mi alzerò un’ora prima però stasera mi preparo tutto il necessario e lo lascio a portata di mano così appena sveglio non dovrò fare altro che infilare la tuta e le scarpe e senza neanche rendermene conto mi troverò in strada a correre.

Più rendiamo semplici le nostre abitudini e più saremo in grado di renderle stabili nel tempo.

Queste sono solo due delle indicazioni che ci da Luca nel suo Fattore 1%, ma all’interno delle oltre 150 pagine ne troverete molte altre.

Leggerlo per me è stato in alcuni tratti come un auto-psicoanalisi perché è stato ineludibile ripercorrere le tappe che mi hanno fatto essere la persona che sono oggi e allo stesso tempo ho capito quali sono i miei assessment e come programmare la mia crescita personale.

Prendete il libro come una sorta di manuale del cambiamento. Non è un libro da leggere e riporre in libreria, ma da tenere sempre a portata di mano. Sono sicuro che una volta che lo avrete letto ogni momento in cui vi soffermerete a riflettere su una vostra routine inevitabilmente recupererete il libro per verificare se la state affrontando con il giusto mindset.

 

Link Amazon per acquistare il libro : https://www.amazon.it/Fattore-piccole-abitudini-portano-risultati/dp/8809988566/ref=sr_1_1?ie=UTF8&qid=1549815016&sr=8-1&keywords=fattore+1%25

Canale Youtube : https://www.youtube.com/channel/UCTQLIHHx6tXZYRBwilRzCnw

Profilo Facebook : https://www.facebook.com/psicologo.milano.it

Instagram: https://www.instagram.com/luca.mazzucchelli/?hl=it

 

 

 

Wonder – Cambia il tuo modo di guardare

Wonder

Se non ti piace quello che vedi, cambia il tuo modo di guardare 

Un antico proverbio russo recita:

“Una parola gentile è come un giorno di primavera”

Il film di oggi è Wonder di Stephen Chbosky, un adattamento cinematografico del best seller di R.J. Palacio. 

Il film racconta i primi giorni di scuola di Auggie Pullman, un bimbo affetto da una rara malattia genetica, la Sindrome di Treacher Collins (La sindrome di Treacher-Collins è una malattia congenita dello sviluppo craniofacciale caratterizzata da displasia otomandibolare bilaterale e simmetrica, senza anomalie degli arti, associata a diverse anomalie della testa e del collo. Definizione da www.orpha.net) che gli impedisce di vivere una vita normale a causa dell’aspetto del suo volto deformato dalla malattia.

Auggie durante il primo anno di scuola subirà le prepotenze dei compagni di classe per via del suo aspetto, ma grazie alla sua forza di volontà riuscirà a farsi conoscere per chi è veramente e con la sua gentilezza contagerà tutti gli altri compagni di scuola.

Vediamo ora tre aspetti a cui prestare attenzione e dai quali trarre spunti per le nostre riflessioni.

  1. La paura del diverso

      Quando ci troviamo di fronte a qualcosa o qualcuno che non rispecchia le convenzioni estetiche e sociali a cui siamo abituati ci sentiamo destabilizzati. Invece di avvicinarci e cercare di conoscere cosa può esserci dietro quell’apparente diversità, ne fuggiamo e la combattiamo come un nemico da cui difenderci. I compagni di Auggie, così come tutti i bambini, che non hanno lo sguardo viziato da stereotipi e pregiudizi, riescono a superare questa paura e ci mostrano come la diversità non è altro che la percezione che abbiamo di essa.

2)   La famiglia

      Il ruolo della famiglia è centrale nella storia di Auggie. In particolare lo sono la mamma Isabel e la sorella Olivia. Nei loro atteggiamenti riconosciamo e apprendiamo la differenza fra “prendersi in carico” e “farsi carico” di una persona a noi cara che sta in quel preciso momento attraversando un momento di particolare sofferenza.

Isabel si fa carico della malattia di Auggie e rinuncia totalmente alla propria vita, trascurando l’altra figlia e concentra tutte le attenzioni verso suo figlio.

Olivia a differenza della madre si prende in carico le sofferenze del piccolo Auggie e , cercando di portare avanti la sua vita, aiuta il fratello nel suo percorso di inserimento nella società.

Quando una persona a noi cara si trova in difficoltà dobbiamo sostenerla senza il desiderio di trovarci al suo posto per sottrarla dalle sofferenze. Farsi carico delle sofferenze altrui non farà che alimentare un clima di malinconia e rassegnazione. Dobbiamo sostenere e non condividere il suo stato di malessere.

3)  Lo Spazio

     Durante il film ci sono diversi riferimenti a Star Wars e allo Spazio.  A partire dal casco da astronauta che indossa per nascondere il suo viso. Se prestiamo attenzione alla visione del film vedremo come questi riferimenti siano ricorrenti nei momenti in cui Auggie è in una situazione di disagio e di ansia. Auggie per superare questi momenti utilizza una tecnica conosciuta come “Luogo Tranquillo”. Questa tecnica consiste nel richiamare alla mente un luogo che ci restituisca delle sensazioni di benessere tali da contrastare lo stato di ansia in cui ci troviamo. Possiamo utilizzare un luogo reale o, come nel caso di Auggie, immaginario.

Sono rimasto pervaso da diverse emozioni durante la visione. Pensare come una situazione invalidante possa celare una straordinaria forza mi fa sempre sperare e credere che la felicità è sempre sotto i nostri occhi, basta cambiare il modo di guardare.

Consiglio a tutti i genitori di vedere insieme ai propri figli questo film perché può essere un occasione per insegnare  ai più piccoli come con la gentilezza si possa arrivare al cuore delle persone e che essere gentili con chi incontriamo sulla nostra strada spingerà altri e altri ancora a fare lo stesso. 

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Vi lascio con una frase di Madre Teresa di Calcutta: 

Non sapremo mai quanto bene può fare un semplice sorriso.